La Tammurriata

La Tammurriata, quella generalmente della Valle del Sarno, della quale Pagani è l’emblema rituale, è una preghiera di fertilità, una danza di devozione che celebra l’amore attraverso la rappresentazione del corteggiamento, ossia attraverso la dinamica dell’incontro umano che ha per fine il congiungimento e per effetto la nascita e la ri-nascita.

Congiungimento anche come allegoria del prodigio della natura, dell’unione degli elementi e quindi di ciò che accade appunto in Primavera, la stagione che annuncia la rinascita-rigenerazione del mondo, l’anno nuovo che inizia (infatti, nell’antichità iniziava proprio con la Primavera). La Tammurriata, che prende il nome dal tamburo a cornice che ne scandisce il ritmo, è un momento di espressione collettiva, è danza, ritmo e canto sul tamburo; quella specificamente paganese viene accompagnata da un’unica tammorra e i danzatori ne accompagnano coralmente il ritmo con le castagnette (nacchere) e si pratica dalla notte dei tempi nella Valle del Sarno costituendone un fattore identitario. Roberto De Simone, nella intervista concessa a Laura Mandolesi, afferma che: – Ogni luogo aveva la sua identità, il suo stile, i suoi linguaggi, completamente diversi gli uni dagli altri […] (Quella di Pagani) è più frequente e calorosa rispetto a quella di Foce (del Sarno) e a quella di Materdomini.
Per meglio poterla comprendere si potrebbe, a scopo puramente esplicativo, scomporla in 4 fasi:

A. Conoscenza;
B. Corteggiamento; C. Conquista;
D. Contatto.

Viene chiamata la danza della quattro “C”: Conoscenza, Corteggiamento, Conquista e Contatto. Questa danza inizia dagli occhi, dallo sguardo che i due protagonisti si lanciano da lontano, lui la guarda negli occhi, lei invece, cerca di osservarlo senza farsene accorgere. Poi inizia la fase del corteggiamento, il ragazzo si avvicina ma non la sfiora se non con gli occhi. Quando finalmente riesce a conquistare la ragazza, ecco che avviene il contatto. È come fare l’amore, è una storia d’amore che solo chi vive da vicino può comprendere. A volte nascono delle vere storie d’amore che vanno avanti per anni, altre volte restano semplici amicizie, ma comunque durature nel tempo.

Fasi che corrispondono, volendo anche tracciare un equivalente con la vita dei campi, all’Aratura, alla Semina, alla Fioritura ed al Raccolto. Più tecnicamente, il musicologo Roberto De Simone1 ne distingue 3 momenti coreutici: – Riguardo alla forma di tale ballo si può osservare che in genere i modelli coreutici sono 3, che tendono ad una condensazione e a una successiva dilatazione di accenti, e che questi 3 momenti sono sempre suggeriti ed appoggiati dagli strumenti e dal canto:

Il I° modello è caratterizzato da gesti con i quali si saggia il rapporto con lo spazio ed il rapporto tra i danzatori;

Il II°: appena la frase musicale tende a stringere gli accenti uno dei danzatori assume il ruolo aggressivo ricacciato o assecondato dall’altro;

Il III° detto “rotella”, è il momento più frenetico della danza: qui il tamburo batte in uno, il cantatore cadenza su una nota molto prolungata o aggiunge dei versi più brevi e i danzatori girano su se stessi o tra di loro.

All’interno di questi modelli coreutici si possono però trovare variazioni dovute all’improvvisazione dei singoli danzatori nonché alla situazione venutasi a creare. La Tammurriata è un danza che si balla in coppia e le coppie sono formate da donna-uomo, uomo-uomo e donna-donna ed il contatto è accondisceso solo nell’ultima fase che se avviene corrisponde a quella dell’incantamento. Una danza autentica è come il primo amore, non si scorda mai. C’è da aggiungere che oltre alla Tammurriata paganese della Valle del Sarno, vi sono anche altre tammurriate nate proprio come quella paganese alle pendici del Monte Somma (il Vesuvio), del Monte Partenio (Monte Vergine) e della Montagna Spaccata (Campi Flegrei). I danzatori si riconoscono dal loro stile esecutivo, dai gesti ricorrenti, dai passi caratteristici. Molto semplicisticamente e soltanto per accenno, la Sicinnide sta alla Tarantella come la Pirrica alla Moresca o alla ‘Ndrezzata di Ischia, mentre la Giuglianese è un incrocio tra la Tarantella napoletana e la Tammurriata. Questa danza, che non è accessibile a tutti, assume un carattere tradizionale-rituale soltanto quando rispetta le proprie peculiarità, cioè:

  1. quando è eseguita in Primavera;
  2. nel luogo preposto dall’antichità poiché prodigioso;
  3. con modalità ortodosse. Infatti, sino a pochi anni fa, a Pagani

i leader (i vecchi della tradizione) danzavano soltanto a tarda sera quando si creava l’atmosfera giusta ed esclusivamente con chi era pronto o meritava di sapere ad esempio che:

a. tra i 2 danzatori deve esserci o crearsi, un forte reciproco sentire per poterla condurre sul filo degli occhi cioè, con gli sguardi incatenati;

b. deve essere accompagnata dal ritmo binario, ma a misure costanti e tendenzialmente in crescendo: il crescendo deve essere progressivo, ovvero distribuito lievemente sull’intera durata della danza mentre il tamburo insegue il tempo del canto che si estende e si restringe in virtuosi melismi di pari misure. Oltre a ciò, la tammorra nelle mani del tammorraro deve girare intorno all’asse del polso, avanti e indietro, e gli armonici devono riecheggiare, abbassandola all’altezza della pancia e innalzandola all’altezza del petto, attraverso un movimento ventilatorio ad intervalli quasi regolari; in tal modo gli armonici producono un Om a varie frequenze sonore nel cerchio, che si irradiano sui danzatori presi totalmente dalla danza. Quando il ritmo costante diventa più incalzante, ossessivo, si dice che s’è scarfata ‘a tammorra! (si è riscaldata la pelle e quindi la tammorra vibra molto di più con effetti armonici più profondi e suggestivi) e la danza assume l’intensità erotica dei preliminari. Le vutate o rutelle (gyrate è il termine autentico) devono essere geometricamente inframmezzate;

c. il canto sul tamburo che solitamente è a dispetto o erotico o devozionale (sacro), ma sempre improvvisato e a risposta, dev’essere modulato ad una determinata tonalità, con un dato timbro e a misure costanti e la tammorra deve sempre inseguirne il tempo senza mai variarne il “tactus” musicale, come avvalorato da Laura Paolillo;

d. la durata deve essere prolungata, quasi allo sfinimento, allo svuotamento…

Rispettando ognuno di questi elementi indicati, inevitabilmente si crea un cerchio serrato e partecipante di pubblico che emetterà di tanto in tanto, e sollecitato anche dai cantori, mugolii sempre più corali, contribuendo in modo determinante all’incantamento delle danza. Quando c’è un buon suonatore e un buon cantore, la gente fa sempre cerchio, si unisce e gode l’evento creando un legame affettivo; sembra di praticare una danza Sufi per il suo effetto sublimente, o addirittura un rito Woodoo per l’intensità erotica, e se non è intensità, energia, è sicuramente una forza arcana. Il Cerchio o ‘a Rota, come accennato, è formato dal pubblico che si unisce numeroso quando sia i danzatori che la musica sono capaci di attrarlo; in tal caso, il pubblico, oltre alla propria energia positiva, assorbe anche l’energia dispersa e la trasmette amplificata al centro del cerchio sui danzatori che a poco a poco vivono una dimensione altra.5 Nel cerchio, in quello verace, come

chiarito, gli astanti emettono suoni gutturali e simulano il respiro del coito in sincronia con il ritmo in uno delle castagnette o in controtempo. Si sottolinea il termine verace in quanto come scrive Annibale Ruccello:6 – Le danze primaverili campane si presentano caratterizzate da una complessità incredibile, variando tra l’altro, pur se all’interno di una tradizione coerente ed unitaria, di luogo in luogo e di anno in anno. Una delle costanti ovunque osservabili la presenza ritualizzata del “vecchio” o della “vecchia” (della tradizione. N.d.A.) le cui implicazioni culturali e simboliche sono molteplici. C’è infatti innanzitutto da considerare l’enorme importanza data nelle civiltà di tradizione orale alla figura dell’anziano, in quanto unico detentore di cultura alle generazioni che lo seguono. Ma ciò che colpisce soprattutto è la carica erotica riconosciutagli all’interno del rituale […] Nei balli serali, invece, sono le donne a guidare il rituale, anche qui con danze violentemente erotiche ed estremamente aggressive (audaci) nei riguardi del maschio. (tratto da “7 Sorelle, Madonne e Stelle e il protagonismo dei Femminielli nelle feste tradizionali campane” di G. Sinatore, PunoAgroNews, 2018) .

Vincenzo Romano


1.Cfr. De Simone R., Chi è il devoto, Napoli 1974, E.S.I., pag.34

2. I temi sono tramandati di generazione in generazioni, come avviene ormai da millenni e perciò subiscono la sorte di tutti i canti popolari: aggiungere accanto alle parti che la memoria ha salvato, episodi e varianti dovuti alla fantasia estemporanea di successivi cantori e alla fusione di altri temi (cfr. Stesicoro di Matauro)

3. Ovvero di “sfottò”.

4. Laura Paolillo è Musicologa (laureata presso l’Università degli Studi di Bologna) e Soprano (Diplomata in Canto Lirico presso il Conservatorio di Santa Santa Cecilia in Roma) ); si interessa e e propone artisticamente le ritualità emergenti dalla cultura popolare musicale.

5. Tra 356 intervistati è risultato che sei (un maschio di Pagani, uno di Torino e uno di San Giovanni a Teduccio; una femmina di Parigi, una di Galatina ed un’altra di Avellino) hanno testimoniato di aver fatto, dopo aver danzato, all’amore senza ricordare nulla, ovvero, senza aver memoria di come sia potuto accadere pur dichiarando di aver conosciuto il proprio partner nello stesso momento del ballo (mai visto/a prima di adesso… ), di aver bevuto un bicchiere di vino… massimo due e di non aver fatto uso di sostanze stupefacenti. È significativa la modalità di intervista poiché quella sulla danza (Perché vieni a Pagani a danzare? Cosa questo ballo?) era una delle dodici domande (seppur questa fosse doppia e concatenata) fatte al fine di ottenere dati sulla propensione al turismo (di tipo religioso? Heritage? Esperienziale? Culturale? etc..) e quindi non incentrate sul rito e le risposte sono state utilizzate per due anni dallo scrivente nell’organizzazione della festa e poi per una tesi sul turismo religioso all’Università di Ferrara. Tra l’altro, formulate individualmente a soggetti singolarmente isolati. Il risultato comunque non è da considerarsi scientifico, assolutamente (!), ma indiziale sì. L’intervista è stata fatta nel 2003. Personalmente ricordo di aver raccolto delle dichiarazioni analoghe filtrate però nel corso di banali discussioni tra il 1987 ed il 1996 nel cortile di Francesco Tiano. A tal proposito vale la pena evidenziare che Francesco Tiano nel 1974, confessa, nell’intervista postuma di Antonella Di Marino di aver vissuto un’esperienza di trance ma nel ballo dei femminielli che si tiene a Montevergine: […] all’epoca fu anche il periodo in cui ebbi l’ultimo dono dell’effetto della tarantola […] si faceva questa famosa danza, molto narcisista, che era fra uomini e uomini e qualche volta è capitato che venivo preso da questo ballo (la Tarantola), mi ricordo che fu l’ultima volta che mi è successo.

6. Cfr. Picchi R., Scritti inediti di Annibale Ruccello, Gremese Editore, Roma, 2004 pagg.131-132

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