Biblioteca “S. Alfonso”

La Biblioteca “S. Alfonso de Liguori” dal Settecento è una viva testimonianza della formazione culturale e spirituale dei Redentoristi nel tempo. Fondata dallo stesso Santo – vero amico del libro – il 31 ottobre 1748, si è arricchita progressivamente con donazioni di privati, fondi provenienti da altre case religiose redentoriste come Morcone, S. Angelo a Cupolo, Pompei, Scala, ecc. e contributi del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Il consistente patrimonio libraio di circa 50.000 volumi (secoli XVI, XXI), tra cui preziosi incunaboli, contiene soprattutto materiale giuridico, storico e letterario.

Responsabile della Biblioteca è Padre Paolo Saturno

S. Alfonso Giovane

Il Padre A.Tannoia primo biografo di S.Alfonso

Nell’ambito delle ricerche che si svolgono nella Biblioteca “S. Alfonso” dei Missionari Redentoristi dell’Italia Meridionale soprattutto sulla vita del Santo, lo scrivente ha elaborato uno studio sulla sua alimentazione. L’indagine parte da un dato oggettivo sulla straordinaria figura di questo gigante del “Secolo dei lumi“, che nasce il 27 settembre 1696 a  Marianella di Napoli[ e muore a Pagani il 1 agosto 1787 all’età di 91 anni, in un’epoca in cui la vita media dell’uomo raggiungeva i 35, massimo 50 anni.

La tradizione attribuisce questa straordinaria longevità  ad una particolare benevolenza divina. Infatti il Tannoia (1727-1808), primo e principale biografo del Santo, riferisce che, alla sua nascita, gli era stata profetizzata una  lunga vita da parte di un santo gesuita amico di famiglia il quale, invitato dai genitori a benedire il neonato, disse: “Questo figliuolo viverà vecchio vecchio, né morirà prima degli anni novanta”. Bisogna anche dire che a partire dal 1768, Mons. de Liguori viene colpito da una malattia che si estende a tutte le articolazioni del corpo. Ben presto le vertebre del collo si ripiegano su se stesse, costringendo il mento a premere fortemente sul petto. Ciò provoca una dolorosissima piaga e rende difficile la respirazione. Il santo rimarrà immobilizzato durante gli ultimi  diciannove anni di vita. Nonostante questa difficoltà di salute, non lo si sente mai emettere un lamento. Rivolgendosi al grande Crocifisso posto davanti a lui esclama: «Signore vi ringrazio che mi date un saggio de’ dolori che soffriste nei nervi quando vi conficcarono sulla croce. Voglio patire, Gesù mio, come, e quanto volete voi: datemi solo pazienza.Hic ure, hic seca, hic non parcas ut in æternum parcas(brucia, taglia, non risparmiarmi quaggiù, ma risparmiami nell’eternità) »[.

Casella di testo:  
Il Padre A.Tannoia primo biografo di S.Alfonso

Pur tenendo presenti queste eroiche virtù che permisero al Santo di accettare senza mai lamentarsi innumerevoli e gravi infermità, la scienza cerca di scoprire il segreto che rese il suo corpo capace di resistere a tanti e così gravi problemi di salute causati da diverse patologie, fino a raggiungere la veneranda età di 91 anni.

Se ne analizziamo l’alimentazione quotidiana, dobbiamo convenire che essa era come quella degli anacoreti: povera di proteine e carboidrati. Infatti si nutriva per interi anni di un sol pasto al giorno costituito da verdure cotte o da una semplicissima minestra accompagnata da poca frutta e qualche pesciolino. Solo nelle grandi feste provava un po’ di pollo o carne: insomma quella che noi oggi chiamiamo dieta mediterranea. Quando era invitato a pranzo da canonici o vescovi, cercava di parlar molto per distogliere l’attenzione dal suo piatto e creare, in tal modo,  la possibilità di condividerne il cibo con i cagnolini che si trovavano sotto al tavolo o di riporlo nel vassoio dichiarandosi già sazio[. Con una dieta tanto povera, egli appariva necessariamente con un viso bianco ed abbattuto al punto che confratelli e vescovi cercavano con stratagemmi vari di preparagli delle minestre che, sostenevano essere condite con burro mentre contenevano sostanzioso brodo di carne per nutrirlo con sostanze proteiche. Si racconta che una volta, messogli dinanzi un pollo in giorno di venerdì, egli lo trasformasse in pesce, dichiarando che mai avrebbe mangiato della carne nel giorno in cui si commemorava la passione del Signore.

Le curiosità sulla sua alimentazione/condimenti sono raccontate dal Tannoia, testimone oculare dei fatti. Questi c’informa che Alfonso preferiva condire le sue povere minestre con erbe tanto amare che, restando qualcosa di tal cibo, non solo non veniva consumato dai confratelli, ma neanche dai gatti i quali, annusatolo, se ne allontanavano proprio a causa dell’eccessiva sua amarezza.[.

 Il Tannoia ci offre anche la motivazione di queste scelte. Alfonso – dichiara il biografo – s’imponeva questa tipologia di alimentazione per impetrare dal Signore la salvezza dell’anima propria e quella dei peccatori. A tal proposito ci ragguaglia anche sulla preoccupazione del Santo di non farsi mai mancare una buona scorta di queste erbe[, che portava accuratamente con se in una saccaia. Tale particolare mi ha incuriosito al punto da orientarmi ad una loro ricerca accurata. Il Tannoia, pur non trattando l’argomento in maniera specifica e particolareggiata, offre nondimeno  elementi tali da farne elaborare una trattazione che, per un verso, si può leggere come ipotesi esplicativa della lunga vita del Santo e, per l’altro, come presupposto per creare un elisir salutare utile anche per le persone della nostra società.

Oltre agli effetti salutari, queste erbe producevano anche odori acri – anch’essi benefici? – che inondavano gli ambienti in cui venivano preparati i decotti. Alfonso le utilizzava crude masticandole e cotte per prepararsi bevande che assolvevano una doppia funzione: la mortificazione corporale e l’aiuto per una  buona salute. Dal Tannoia ne apprendiamo i nomi: Aloe vera, Nascenzio, Assenzio,  Portulaca, erbe dei muri e cosi via[

Da quanto emerge dal biografo di Alfonso, si capisce che esse non sono utilizzate a caso, ma a ragion veduta in quanto contengono specifici elementi fitoterapici. Infatti:

  • L’Aloe Vera contiene azione antibatterica, antivirale, antiossidante; aumenta i livelli di energia antinfiammatoria; regola i livelli di zucchero nel sangue; protegge la pelle e il cuore; migliora l’apparato dentale; facilita la digestione, è fonte di amminoacidi, depura l’organismo, rafforza il sistema immunitario, aiuta la guarigione di ustioni e ferite, ha un’azione ipoglicemizzante.
  • Centaurea: contiene un azione per il trattamento dei disturbi gastrici, inappetenza, dispepsia, meteorismo, insufficienza epatica.[
Casella di testo:  
Farmacia Storica degli Incurabili a Napoli
  • Mirra: contiene un’azione per le affezioni delle vie respiratorie, faringiti e tonsilliti, antinfiammatorio, analgesico, migliora la digestione e il metabolismo generale, stimola il fegato a metabizzare il colesterolo LDL, riduce il VLDL, olLDL e trigliceridi.
  • La Portulaca: contiene un’azione diuretica, depurativa, dissetante e antibatterica, ricca di Omega 3, vitamina  A, B1, B2, B3, C, E, acido alinolenico, proteine, carboidrati, sali minerali, glutatione, riduce il colesterolo cattivo (LDL) e i trigliceridi[..

Quale conoscenza aveva Alfonso di queste erbe? Dove e come aveva potuto apprendere la fitoterapia[ e, soprattutto, perché le aveva scelte per sé? Per rispondere è necessario riandare alle sue esperienze di vita e di studi giovanili.

S.Alfonso cura i malati all’Ospedale degli Incurabili

A diciannove anni egli era entrato a far parte della Confraternita dei dottori e si era dedicato all’assistenza degli ammalati più poveri e più abbandonati dell’Ospedale di Santa Maria del Popolo, sinistramente detto degli Incurabili[. Questi dati, a mio avviso, costituiscono una importante chiave di lettura per rispondere ai quesiti esposti. La premessa fondamentale però sta sia nelle sue eccezionali doti di intelligenza, che nei suoi straordinari doni di cuore. Infatti, per quanto riguarda l’intelligenza, egli fu un genio tale che a dodici anni conseguì il baccellierato e a sedici la laurea in Utroque jure dopo aver superato brillantemente l’esame di ammissione alla Facoltà di Giurisprudenza con una qualificatissima Commissione che vantava la presenza anche del professore di retorica, Giambattista Vico, il noto autore dell’ipotesi filosofica dei “Corsi e ricorsi storici”. Pertanto, se la scelta dell’avvocatura era stata determinata dal padre, Don Giuseppe de Liguori, per garantire alla famiglia e al figlio un avvenire di gloria e di prestigio, l’inclinazione del giovane verso il settore scientifico era stato un dono di natura riconosciutogli dallo stesso genitore.

L’assiduità delle visite del diciannovenne Alfonso all’ospedale degli Incurabili intanto soddisfaceva non solo la sua esigenza di cuore – l’altra peculiarità della sua straordinaria personalità – ma anche quella scientifica di cui abbiamo detto. Infatti la struttura sanitaria non solo svolgeva attività curativa, ma anche quella della ricerca  scientifica soprattutto sulle erbe fitoterapiche presenti nel giardino collocato al suo interno, dove  venivano coltivate numerose piante medicinali.

Non ritengo oziosa lungaggine una parola su questa struttura soprattutto per l’importanza che ha avuto nella vita della città, della medicina dell’epoca e di Alfonso. L’ospedale degli incurabili, dunque, era stato fondato nel 1521 da Maria Lorenza Longo per mantener fede al voto fatto quando fu  colpita dalla malattia che l’aveva paralizzata. Oltre alle altre peculiarità, esso vantava una farmacia d’avanguardia per merito di Bartolomeo Vecchione. Questa, quasi intatta nonostante l’usura del tempo, è formata da due sale con originaria scaffalatura in legno, sulla quale sono collocati circa 400 preziosi vasi in maiolica dell’epoca realizzati da Donato Massa. La struttura e quanto contiene rappresentano alcune fra le più importanti testimonianze del rinascimento napoletano. L’imponente complessoospedaliero sorse a Napoli nel 1519 ad opera di due laici: il genovese Ettore Vernazza e la nobildonna catalana Maria Requenses Lonc. La nascita di un ospedale per incurabili non era un caso isolato all’epoca sia in Italia che in Europa. Tra le malattie inguaribili c’era la sifilide che i conquistadores avevano importato nel Vecchio dal Nuovo Continente. Il novello morbo cominciò subito a mietere vittime in tutta Europa. L’epidemia in poco tempo si trasformò in endemia e impose a tutti gli Stati europei la preoccupazione della cura di questa nuova malattia, che falciava vittime senza riguardo a razza, ceto o classe[.

A Napoli i primi casi del morbo si registrarono già nel gennaio 1496, sei mesi dopo la partenza delle truppe di Carlo VIII, che era stato nel capoluogo campano dal febbraio al giugno del 1495. La discesa delle milizie francesi in Italia si rivelò fatale per la diffusione del contagio nella nostra penisola.

Quando un paziente veniva ricoverato agli Incurabili veniva prima visitato dal medico che stabiliva la cura, la dieta e il tipo di trattamento cui doveva essere sottoposto. Successivamente veniva spogliato, lavato e rivestito con una tunica nuova. I medici facevano il giro dei reparti due volte al giorno. Per casi particolari era d’obbligo il  consulto di tutti i phisici o chirurghi. Nessun medico dell’equipe poteva assentarsi senza giusto motivo. Se ciò accadeva, per una volta veniva sostituito da un collega scelto dal Maestro di Casa, e il costo della consulenza esterna era detratto dallo stipendio del mancante. Una seconda assenza, però, veniva punita con il licenziamento in tronco. I medici che curavano gli infermi dovevano <<dar loro soddisfazione di buone parole, discorrendo della qualità del male senza affrettarsi>>. Dovevano, cioè, spiegare agli ammalati in modo semplice e completo cosa avessero e come venir curati.

Medicazioni e fasciature dovevano essere eseguite dai medici e dai chirurghi ordinari, non dai prattici, né da altri cui mancava la competenza professionale e l’esperienza nel settore medico.

L’interno dell’ospedale era diviso nel settore maschile e in quello femminile. Il primo comprendeva il reparto dei paesani, dei soldati, dei matti con il camerone dei moribondi e quello dei malati di morbo gallico, il secondo invece i reparti delle gravide, delle luetiche, delle moribonde, delle matte e delle affette da scabbia e tigna. Nessun paziente poteva lasciare la struttura senza il permesso dei medici: l’abbandonarlo equivaleva alla dimissione. Insieme alla farmacia e al giardinomedicina simplex, vi era la biblioteca dei Girolamini, che contava migliaia di volumi anche di fitoterapia[.

La frequentazione del giovanissimo avvocato De Liguori con gli ammalati, con i Filippini che di essi si prendevano cura e la sua vita devota trascorsa per tanta parte della giornata in chiesa, fecero sentire presto i loro benefici effetti. La sofferenza, che in continuazione colpiva il sensibilissimo cuore di Alfonso, lo spronò non solo a partecipare al dolore di quei poveri infelici, ma anche a cercarne qualche sollievo per il corpo. In quest’ansia diuturna di bene, egli avverte la voce di Dio che gli sussurra: “lascia il mondo e datti a me”. Quest’invito per Alfonso non rappresenterà solo l’abbandono del mondo e il suo apostolato missionario, ma anche l’impegno ad un aiuto concreto prima ai degenti dell’Ospedale, poi a tutti i piagati nel corpo e nello spirito che incontrerà sul suo cammino di apostolo. Preparare un mix di erbe disintossicanti per lo stomaco soggetto facilmente ad infezioni causate da alimentazione inquinata a causa della scarsissima igiene, sarà la sua prima preoccupazione. Per raggiungere buoni risultati Alfonso non si affidava solo al suo intuito, ma  soprattutto allo studio di quei testi di medicina presenti nella biblioteca dei Girolamini che si riferivano alle erbe medicamentose. Cominciano a nascere in tal modo i suoi decotti curativi per lo stomaco, i quali  saranno benefici per il suo e gli altrui corpi. Alfonso in quest’ottica anticipa di oltre 300 anni le moderne teorie mediche che proclamano lo stomaco il secondo cervello dell’uomo[.

Per completare il quadro che stiamo delineando, dobbiamo aggiungere, a proposito dei Filippini, che essi non solo si prendevano cura dell’Ospedale, ma erano anche i primi a fornire, con un ammirevole volontariato, soccorsi agli ammalati sia in senso corporale che spirituale. Per quanto attiene, invece, al rapporto malato-struttura, va sottolineata l’attenzione che si riservava ai degenti. Le cure normali avvenivano, dopo aver sistemato a letto l’ammalato, bagnandone la fronte con panni umidi e asciugandola in caso di febbre alta, praticando salassi, facendo bere decotti di erbe medicinali, sottoponendolo ad un opportuno periodo di digiuno-terapia il più delle volte a base di decotti[, brodi vegetali e frutta. I risultati nella maggioranza dei casi erano positivi: l’ammalato si ristabiliva e veniva dimesso.

Alfonso, sulla base di quello che ha imparato nell’ambiente ospedaliero, continua la sua sperimentazione medicamentosa con le erbe, riuscendo a beneficare  se stesso e altri sia nel corpo che nello spirito[.

Pertanto, dall’approfondimento di questo rapporto tra il Santo e le sue erbe amare, è nata in noi la convinzione che i suoi 91 anni siano anche, in qualche modo, il risultato delle continue sue mortificazioni di gusto e gola, ma anche delle potenzialità fitoterapiche che paradossalmente si sprigionavano da quelle masticazioni e decotti amari ma antinfiammatori. 

Alfonso, abbandonata la splendida carriera forense e scelte la via del sacerdozio e l’attività missionaria a favore dei più poveri e abbandonati, divenuto nella frequentazione dell’Ospedale degli Incurabili studioso di erbe medicamentose, continuerà nella sua ricerca soprattutto nei suoi viaggi apostolici tra Scala e i colli amalfitani.

Il mio interesse per questa tipologia di indagine e il viscerale amore per il Santo mi hanno indotto a ripercorrere il medesimo cammino di ricerca nel settore delle erbe medicamentose liguoriane. Il risultato è stato più che soddisfacente: la nascita del Liguorino[ grazie all’esperienza di un artigiano del settore che ha saputo fondere

magistralmente le essenze di tredici specie di erbe i cui nomi ho rinvenuto nell’opera biografica del Tannoia e le cui specie ho ritrovato nei luoghi alfonsiani di Scala e dell’amalfitano.

Il nostro liquore, con la benedizione e il compiacimento dei Padri Redentoristi, figli spirituali di s. Alfonso, alla bocca risulta inizialmente di gusto amaro – quell’amarezza che cercava il Santo per la sua mortificazione corporale – provocato dall’aloe, ma poi lascia un piacevole retrogusto determinato dalle altre erbe.

Questo studio, nato tra i libri antichi della settecentesca biblioteca alfonsiana di Pagani, concretizzato nella produzione del benefico Liguorino, ha dotato la città di s. Alfonso del suo primo souvenir. Ha, però, anche gratificato quest’umile suo figlio che, nell’ansia di coniugare scienza e devozione religiosa, si è prodigato per conferire ulteriore lustro a quella numerosa famiglia di ricercatori i quali, nella biblioteca alfonsiana paganese, hanno trascorso tanta parte del loro tempo per contribuire ad una crescita sociale che, attingendo alle radici di un passato cristiano, vivifica il presente e si proietta speranzosa verso un futuro migliore.


[14] Cfr. Marcello Nicoletti, Sebastiano Foddai, Atlante di biologia vegetale e delle piante officinali, Edises, Napoli, 2015.

[16] Cfr. Fabio Firenzuoli, Interazioni fra erbe, alimenti e farmaci,Tecniche nuove, Milano, 2009.

[23] Cfr. Angelantonio Spagnoletti, Storia del Regno delle Due Sicilie, Il Mulino, Milano, 2008.

[24] Cfr, Marco Granato, Il chiostro degli incurabili, Youcanprint, Lecce, 2014.

[25] Cfr. Antonio Emanuele Piedimonte, Alchimia e medicina a Napoli. Viaggio alle origini delle arti sanitarie tra antichi ospedali, spezierie, curiosità e grandi personaggi, Intra Moenia, Napoli, 2015.

[26] Cfr. Vittorio D. Catapano, Matti agli”Incurabili” di  Napoli, Liguori, Napoli, 1995.

[27] Cfr. Ciro Fiorillo, Gli incurabili. L’Ospedale, la farmacia, il museo, Campanotto, Udine, 1991.

[28] Cfr. U. Bile, M. Liberato, Il monumento nazionale dei Girolamini, De Rosa, Roma, 2014.

[29] Cfr. Antonio Mariae  Tannoiae, Della vita ed Istituto del Venerabile Servo di Dio Alfonso Maria Liguori Vescovo di S. Agata de Goti, op. cit., libro 1, cap. 4, pag. 12: Ogni otto giorni interveniva in Congregazione; e non trascurava verun obbligo di quei Congregati. Mi attestava D.Diodato de Santis Gentiluomo della Città di Vietri, avendo di età anni ottantuno, che giovanetto ricordavasi aver veduto Alfonso servire gl’infermi, in unione degli altri Fratelli, col distintivo di Avvocato, nella casa degl’Incurabili, rifare i letti, e con, somma carità, e divozione ristorarli, e dar loro da mangiare.

[30] Cfr. John Henderson, L’Ospedale rinascimentale. La cura del corpo e dell’Anima, Odoya Library, Ovoda, 2016.

[31] Cfr. Antonio Maria Tannoia , Della vita ed Istituto del Venerabile Servo di Dio Alfonso Maria Liguori Vescovo di S. Agata de Goti, op. cit., libro 1, cap. 7, pag.25: Quivi l’aspettava Iddio. Se in mezzo al roveto, tra fulmini e tuoni sul Sinai si manifestò a Mosè; anche tra le angustie, e gli sdegni paterni, e tra il roveto delle umane miserie, si degnò manifestarsi ad Alfonso. Mentre, così afflitto, era tutto  intento a servire quegli ammalati, nell’istante si vide circondato da una gran luce, e la Casa tutta andare sossopra, come se scossa da terremoto; ed in quel mentre una voce, ma sensibile al cuore, che gli dice: Lascia il mondo, e datti a me.

[32] Cfr. Eugenio G. Vaga, Curate lo stomaco con le erbe, De Vecchi Editore, Firenze,  1974, pag. 23.

[33] Cfr. A- Perriccioli Saggese, A. Putaturo Donati Murano, Codici miniati della Biblioteca Oratoriana dei Girolamini di Napoli, Edizioni Scientifiche italiane, Napoli, 1995.

[34] Cfr. Arnold Ehret,Così parla lo stomaco. Il centro germinativo di tutte le malattie. “La tragedia della nutrizione umana”, Juppiter Consulting Publishing Company, Milano, 2009, pag. 12.

[35] Cfr. Francesco Danieli, San Filippo Neri. La nascita dell’Oratorio e lo sviluppo dell’arte cristiana al tempo della Riforma, San Paolo Edizioni, Torino, 2009.

[36]Cfr. AA.VV, I rimedi naturali per lo stomaco, Riza, Milano, 2008.

[37] Cfr. Nicole Boudreau, La terapia del digiuno. Uno straordinario rimedio naturale per disintossicaresi e ringiovanire, Macro Edizioni, Cesena, 2014.

[38] Cfr. Jaap Huibers, Come curare lo stomaco con le erbe, Hermes Edizioni, Roma, 2014.

[39] Cfr. Thierry De Lestrade, La terapia del digiuno, Nuova IPSA, Palermo, 2017.

[40] Cfr. Ismar Boas, Diagnosi e terapia delle malattie di stomaco, Kantorowicz, Milano, 1894.

[41] Cfr. Nadia Gulluni, Erbe da bere. Infusi, macerati e decotti per tutte le stagioni, Tecniche Nuove, Milano, 2015.

[42] Il Liguorino è stato commissionato dall’Associazione Promozione Sociale “Il Miglio Santo” nata nel 2017, che cura un percorso turistico religioso a Pagani, di cui il Presidente è il Prof. Aniello Ascolese. L’Associazione, insieme al Consorzio “Impresa Libera” di Pagani, è riuscita non solo a produrre il Liguorino, ma anche a commercializzarlo, denominandolo “Liguorino di S. Alfonso Elisir amaro di lunga vita” e destinando tutti gli utili per il restauro della Pinacoteca Alfonsiana dei Padri Redentoristi di Pagani e, in particolare, di un quadro di A. Sarnelli raffigurante l’Adorazione del Bambino.

Il Miglio Santo è un progetto di sviluppo locale e marketing territoriale per la creazione di un itinerario religioso di valorizzazione del territorio di Pagani in ambito storico, turistico, religioso, economico-sostenibile, creato dal Prof. Aniello Ascolese. Esso nasce dalla volontà di promuovere il percorso rettilineo centrale della cittadina di Pagani di circa 1600 metri (dalla Chiesa del Carmine fino alla Basilica di Sant’Alfonso), in cui sono ubicate Chiese, Santuari e figure di Santi e Beati che attirano centinaia di migliaia di pellegrini e persone ogni anno: da qui il nome: Il Miglio Santo. La sua “vision” si basa sull’acronimo NO STRESS: Novità, Originalità, Storia, Turismo, Religione, Economia, Sociale, Sostenibile.

Lo scopo di questa associazione è:

– promuovere Pagani, Città Turistico Religiosa;

– promuovere le figure dei Santi e delle Feste presenti: S.Alfonso, Festa della Madonna delle Galline, Beato Tommaso M. Fusco, i santi protomartiri S. Felice e S. Costanza, il Santuario del Santo Bambino di Praga, ecc.;

– promuovere Il viaggio religioso come riscoperta della sensibilità umana, culturale e ambientale, sensibilizzando giovani, scuole e famiglie

– rivalutare dal punto di vista del marketing turistico e pastorale, il patrimonio storico-artistico religioso della Chiesa a Pagani;

– organizzare manifestazioni per la valorizzazione dei beni culturali promuovendo incontri, seminari di studio, diretti a far conoscere la ricchezza storica, culturale turistica e religiosa del territorio;

– progettare un piano di incontri specifici per scuole, università, religiosi, cultori dell’arte, tour operator, B&B di Pagani;

– coinvolgere le autorità civili per progettare insieme programmi e manifestazioni in modo da coinvolgere la cittadinanza ad acquisire questa nuova “vision” utilizzando le leve di Marketing. Inoltre l’associazione vuole farsi promotrice anche della creazione di una fondazione,“S. Alfonso e gli ultimi”, per aiutare i cittadini di Pagani ad avere visite mediche specialistiche gratuite.

In giro per la città

Una “tammorra”gigante, sorretta da una mano, realizzata dall’artista Franco Baccaro, accoglie il turista  all’ingresso della porta principale della città e lo catapulta nello spirito sincretico della cittadina, dove ancora oggi a distanza di secoli si mischiano, in occasione della festività della Madonna delle Galline, sacro e profano. E’ da questo punto che si dipana il cosiddetto “percorso delle sei chiese” una visita guidata attraverso gli edifici sacri che si estendono per circa un chilometro e mezzo linearmente. La prima sosta è presso la chiesa del Carmine, pregevole testimonianza dell’architettura barocca. Una scorsa veloce e poi di nuovo in cammino per proseguire il nostro viaggio.

Passeggiando per circa dieci minuti si giunge così in piazza Bernardo d’Arezzo. Qui c’è solo l’imbarazzo della scelta. Sulla destra sorge maestoso Palazzo San Carlo, l’ex convento e chiesa dei padri Scolopi, attuale sede della casa comunale che non può passare inosservato. Ma, in un lato della stessa struttura sorge anche la chiesa dell’Addolorata che è aperta al culto, officia quotidianamente, ma non è parrocchia. Di fronte, lì dove la piazza si incrocia con via Striano, già si nota il Santuario della Madonna delle Galline. Non si può esitare. Bisogna entrare immediatamente. Per lasciare la chiesa, è preferibile scegliere l’uscita che dà su piazza d’Arezzo. Sono sufficienti sì e no dieci passi ed ecco che ci si trova già alla quarta chiesa del percorso, quella del corpo di Cristo che sorge nell’omonoma piazza. Recentemente ristrutturata, è una delle parrocchie più amate dai paganesi, grazie anche all’impegno profuso, da più di dieci anni a questa parte, dal parroco don Flaviano Calenda.

I fedeli l’affollano soprattutto nei giorni della novena dell’ Immacolata. Da secoli, migliaia di paganesi della fine di novembre all’8 dicembre si levano all’alba, intorno alle 5, per recarsi ad ascoltare prima il rosario e poi la messa mattutina. E’ un vero e proprio rito a cui vale la pena di assistere, al di là della propria fede religiosa. Il nome della chiesa è, inoltre, legato insieme a quello della chiesa dell’Addolorata alla processione del venerdì santo.

Di fronte alla chiesa madre, si erge lo splendido palazzo Gatto, ex casa municipale della città. La facciata conserva ancora una lapide in latino. Il palazzo è stato acquistato da un privato. Attualmente, è in fase di ristrutturazione.

A questo punto, è già passata qualche ora, ci si può concedere una sosta, la prima di un percorso caratterizzato da una serie di locali storici che, in un certo senso, hanno accompagnato Pagani nella sua evoluzione da paese di campagna a cittadina. Se non è martedì, e magari non avete fatto ancora colazione, potete fermarvi alla Pasticceria don Prisco, scegliete di gustare il babà più buono e morbido della città tanto da poter sfidare addirittura quello napoletano, oppure l’altrettanto storico gelato artigianale, preparato ancora secondo la ricetta tradizionale con pochi ingredienti e gusti selezionati (Caffè, cassata, cioccolato, crema, fragola, limone, nocciola, stracciatella, zuppa inglese). E’ opportuno a questo punto, fare una digressione. Il negozio ha due entrate: quella per la pasticceria e quella per la gelateria. Quest’ultimo però non è aperta tutto l’anno. Essa è infatti legata a filo stretto con i tempi della festività della Madonna delle Galline.

La porta della gelateria che, negli anni, è rimasta invariata, si riapre solo il venerdì dell’apertura del santuario. E’ impressionante assistere al numero di paganesi che, dopo aver portato il saluto alla Vergine del Carmelo, si accalca nel piccolo corridoio della gelateria. La porta si richiuderà il 29 settembre, giorno di San Michele data simbolica della fine dell’estate. Una volta rinfrescati e ritemprati, il turista è pronto per continuare il suo giro. Siamo ormai al corso Ettore Padovano. Continuiamo a camminare e troviamo il primo dei palazzi Tortora al civico 30, ancora oggi abitato dai discendenti della famiglia.

Se avete la possibilità e, anche in questo caso, non è martedì, fermatevi alla Pasticceria Aida, sul lato opposto della strada. Lì, la signora Raffaellina vi servirà con gentilezza e competenza. Chiedete un profiterole al cioccolato, una torta charlotte, una ricotta e pera meno tradizionale, ma molto più buona e delicata o ancora assaggiate una sfogliata calda o degustate la pasta di mandorle e la pasticceria mignon. Diventerete clienti affezionati!

Camminando per ancora due minuti, sulla sinistra si può ammirare la villa comunale, polmone verde della città. Proseguendo e rimanendo sulla sinistra, s’incontra la quinta chiesa quella di Santa Maria della Purità, al cui interno si venera la statua di Gesù Bambino di Praga, un’altra devozione del popolo paganese, portata in processione, ogni anno, nel mese di settembre in occasione della festa della Vergine Maria.

Se finora, nonostante il vostro percorso sia stato costellato da tante “bontà” avete deciso di non cedere ai peccati della gola, ricordate che ognuno di noi è anche ciò che mangia. Entrate almeno alla Pasticceria Tortora, dove assaggerete un buon gelato e le gigantesche Santa Rosa, un misto di sfoglia panna e ciliegia amarena per decorazione. Siete quasi giunti alla fine del percorso, manca  solo la sesta chiesa. Siamo arrivati in via Guglielmo Marconi e, all’uscita della pasticceria, non sapete più a cosa prestare attenzione. A fianco, potete ammirare il palazzo Criscuolo. Ancora a sinistra il palazzo Tortora. Infine, a destra il signorile palazzo Striano. Da qui già si intravede piazza S. Alfonso. Altri cinque minuti e si entra in Basilica. Dopo aver visitato la chiesa e se non sono ancora le 12:30, il turista si può recare in portineria, una porta d’ingresso successiva a quella per l’entrata in basilica e chiede di visitare il museo e la biblioteca alfonsiana, due tesori d’arte e di cultura. Giunti alla fine di questo giro, vale la pena di allungarsi su via San Domenico e di guardare, solo dall’esterno per ,una settima chiesa, quella intitolata appunto a San Domenico di Guzman. Dopo aver pranzato, può ricominciare il viaggio alla scoperta della città. Ci sono ancora molte ore di tempo. Rifate la strada a ritroso. Deviate un attimo per via Cesarano, subito, alla vostra destra troverete il bar San Michele, da tutti rinomato per l’ottimo gelato artigianale. Solo gusti tradizionali, preparati quotidianamente per servire un prodotto sempre fresco. Continuate il vostro percorso. Arrivati al quadrivio, dove si incrociano Corso Padovano con via Marconi, via Torre e via Astarita imbocchiamo quest’ultima strada e andiamo alla scoperta di uno dei primi nuclei abitativi della città. Al civico 57, si può ammirare di ciò che resta del palazzo Manganella.

Camminate finchè, alla fine della strada, sulla vostra destra, costeggerete le mura della chiesa della Madonna delle Grazie e finalmente entrate nell’ennesimo edificio religioso. All’uscita siete ormai in via Amendola, proseguite sulla destra e vi fermate al palazzo Smaldone-De Pascale, un tempo sede del pastificio.

 

Articolo di Nunzia Gargano