La città barocca

Palazzo Tortora degli Scipioni

Particolarmente interessante, si erge in via Perone,14. La sua storia s’intreccia con quella della città. Il palazzo nobiliare fu fatto costruire nella seconda metà del XVII secolo dal conte palatino Carlo Pignataro, protomedico del regno che, a Pagani, esercitava la professione su un terreno di sua proprietà. L’intera famiglia Pignataro, esponente della nobiltà napoletana, si prodigò molto per la città in cui visse. Alla generosità del conte Carlo si deve la fondazione, nel 1681, del “Conservatorio del Carminello ad Arco”.

Scipione e Stefano Pignataro, invece, parteciparono alla fondazione del monastero di S. Maria della Purità.è impostata su un impianto a corte centrale con ingresso leggermente spostato a destra e con ambienti modulari rettangolari affacciati sulla corte. Quest’ultima è separata dal giardino retrostante mediante un corpo di fabbrica rettangolare, costituito da sei locali di dimensioni pressochè uguali. L’androne, coperto da volta a crociera, a destra, immette ad alcuni locali, anch’essi coperti da volte a crociere, e con accesso anche dalla strada; a sinistra, a una bella ed elegante scala. Essa è scandita da due pilastri tra la muratura portante, inquadranti tre archi a tutto sesto di uguale intercolunnio. Il percorso della scala si articola in un ritmo continuo di archi a tutto sesto che si alternano alle volte a crociera, poste a copertura dei ballatoi e dei rampanti, mentre gli archi che sorreggono le scale sono a collo d’ oca o, come comunamente si dice, a schiena d’asino. Quanto all’organizzazione dei piani superiori, due piante realizzate nel 1834 dall’architetto Domenicantonio Napoli in seguito a una controversia tra donna Carmela Pignataro, zia e proprietaria del palazzo, e la nipote, donna Carlotta Pignataro, mostrano che l’edificio attuale non ha subito sostanziali modifiche, a eccezione di un locale al pian terreno che attualmente è chiuso e che, a quei tempi, era un porticato e dell oggiato al piano superiore in parte ridotto di dimensione, con la creazione di altre stanze. Notevoli sono le altezze di questi ambienti che superano i sei metri. Pregevole risulta l’impianto compositivo con volte a botte nella galleria e a volte a crociera in gran parte delle stanze.

 

 

La facciata attuale si presenta a un piano con sottotetto, con un portone in piperno ad arco a sesto ribassato, affiancato da paraste anch’esse in piperno e sormontate da semplici capitelli con volute che sorreggono un panneggio. L’ingresso, leggermente spostato sulla destra, scandisce in maniera regolare lo spazio tra cinque balconi, posti ad uguale distanza tra loro, sormontati da un semplice timpano semicircolare e inseriti tra paraste con campitelli che riprendono il motivo di quelli dell’ingresso, con mascheroni e volute che sorreggono un panneggio. Cornici marcapiano suddividono orizzontalmente lo spazio.

Adesso è chiamato Palazzo Tortora degli Scipioni perché donna Carmela Pignataro, discendente del conte Carlo, sposò, nella prima metà dell’Ottocento, don Scipione Tortora e ha assunto varie destinazioni d’uso.

Palazzo Coscioni

Sorge in via Malet 23. Testimonianza di una nobiltà ormai scomparsa, si presenta in un pessimo stato di conservazione. La bellezza della fattura architettonica di questo palazzo-che sorge nell’area gravitante intorno al castello di Cortimpiano, oggi scomparso, e abitato da famiglie nobili e facoltose-si evidenzia, oggi, solo in qualche particolare: il bel portale affiancato da due maestose colonne in piperno poggianti su imponenti basamenti anch’essi di piperno sorreggenti un ampio balcone; le volte a crociera che coprono alcuni locali al pianterreno, adibiti in parte ad abitazioni, in parte a negozi; i timpani triangolari nei quattro balconi laterali e curvilineo in quello centrale, oggi sono appena distinguibili. L’impianto della struttura è a blocchi simmetrici rispetto all’ingresso, con l’androne coperto da una volta a crociera, un vano scala posto a sinistra dell’entrata e con ambienti a moduli regolari affacciantisi sulla corte interna, secondo lo schema tipico dell’architettura rurale campana. La corte collegava l’edificio con il retrostante giardino, mediante un portale di dimensioni minori, ma di uguale pregevolezza. L’impianto, a corte aperta, verso il giardino è tipico dell’architettura oggetto di studio e si ritrova in gran parte dei palazzi nobiliari esaminati.

Articolo a cura di Elena Carrara – Architetto

La passeggiata archeologica

Passeggiando per Pagani, i cui limiti geografici possiamo tracciarli partendo dalla rotonda di Sanra Chiara per quelli che provengono da Salerno, l’unica certezza storica visibilmente chiara è la sua favorevole posizione e la bellezza degli scorci montani caratteristici, grazie all’atmosfera suggestiva dei Monti Lattari, posizionati sul versante S-E che riflettono l’arcana atmosfera del gigante Vesuvio a N-O. Uno sguardo attento ed esperto nota la presenza di dignitosissimi reperti che permettono di ritrovare quel filo che unisce la storia dei nostri giorni con la preistoria.

Quell’epoca lunghissima, che ha preceduto il nostro attuale nucleo abitativo, ha lasciato poche tracce sul nostro territorio non ancora oggetto di sistematiche ricerche perché sovrastate dalla presenza di costruzioni successive. La prima ricostruzione di identità del paese possiamo ritrovarla nella risistemazione del tessuto stradale dell’attuale Statale 18 coincidente con l’antica via Consolare Puteolis-Nuceriam la cui importanza, durante lo sviluppo commerciale della Campania meridionale per la creazione del porto romano di Puteoli, nel 199 a.C., fu determinante. Questo facile collegamento con Nuceria favorì sia il commercio dell’Agro nocerino che di quello nolano fino all’eruzione del 79 d.C, quando la Puteolis-Nuceriam fu abbandonata ed il collegamento con Nuceria si ebbe percorrendo la Popilia per Nola e Sarno. Oltre alla precedente Consolare un’altra via, limitata all’Agro nocerino, segnata sulla Tavola Peutingeriana, e quella che unisce Stabiae con Nuceria che segue le pendici dei Monti Lattari e sfiora la collina di S.Pantaleone ai piedi di Mont’Albino entrando nella conca nocerina, culla dell’antica città, parte protetta e strategica dell’Agro; può essere identificata con l’attuale corso principale di Pagani diramantesi nel lato S-E della città e perpendicolare alla precedente via, oggi Statale 18, per quelli che giungono dalla su indicata rotonda di Santa Chiara.

Il corso di Pagani rappresenta una strada di notevole pregio sia sotto il profilo storico che artistico-archeologico.Percorrendo l’attuale via Carmine, dove incontriamo subito la grande chiesa della Santissima Maria del Carmine seguita da molte altre che occupano il lato Est ed Ovest, potremmo essere confortati nell’ipotesi che era questa tutta una zona sacra della città di Nuceria, le cui tracce potrebbero essere rintracciate nell’attuale via Caduti di Superga lato N-O, della cui importanza si fa riferimento nel documento CDC e a proposito di un’ara ed un ponte situati in via Campo d’Ara. Questi dati confermano ulteriormente l’esistenza della su indicata via Nuceria-Stabias interrotta sul suo percorso da un ponte lapideo sovrastante un torrente arricchentesi di acque provenienti dal Monte Albino. A conferma della presenza di un fiumiciattolo, che si diramasse verso l’attuale periferia di Pagani, è l’attuale via Fiuminale la cui collocazione, in linea d’aria vicino a Sarno, conferma il chiaro collegamento con il territorio sarnese, dove il percorso del fiume deviò dopo l’eruzione del 79 d.C. che, per l’apporto dei materiali vulcanici, scoprì il tratto da noi esaminato provocando rigurgiti progressivi delle acque impedite nel loro sfocio e della filtrazione dei materiali via via stratificati. Ancora oggi, la ricchezza delle acque sotterranee è la fonte della grande produttività dell’Agro nocerino; a testimonianza di ciò, sono i numerosissimi pozzi scavati nel corso dei secoli sia a scopo irriguo che per uso potabile le cui presenze, in alcuni casi anche molto eleganti per la presenza di stucchi e decorazioni in ferro battuto, sono ancora evidenti nei palazzi ubicati lungo il corso, che rappresenta il decumanus maximus della città e in quelli ubicati lungo i cardines; i più belli sono nelle attuali vie Matteotti, Astarita, De Rosa e piazza Cappella. Quest’ultima coincide con la parte più antica del primo centro abitativo di Pagani che ebbe origine, grosso modo, intorno al 100 a.C. quando Cornelio Scipione Barbato fondò una colonia romana chiamata Barbatiana, che offriva in tal modo un perimetro urbano diverso dall’attuale confermando la possibilità di pensare che il perimetro tutto terminava nell’attuale zona posta ad Ovest del Vesuvio, al di sotto del cavalcavia di via Leopardi dove alcuni anni fa, durante uno scavo, si è sospettato l’esistenza di necropoli non portate alla luce per la presenza di edifici nuovi.

Mentre Barbatiana si organizzava a diventare un importante centro commerciale, l’eruzione e lo straripamento del fiume Sarno, che determinarono l’impaludamento della valle, costrinsero le famiglie più agiate a trovare altra dimora in un luogo più alto chiamato planum, divenuto poi Curtis, durante le invasioni barbariche, assumendo il nome di Curtis in plano. Nonostante la popolazione si allontanasse per il disagio della vivibilità, la strada, rimanendo il tratto ben collegato con l’area interna nocerina per quelli provenienti da Stabias, fu risistemata. La data di inizio dei lavori non è certa. L’unica certezza e che Adriano nel 121 d.C. si sia impegnato alla sua risistemazione perché i centri di Stabias e Nuceria erano ancora i soli ancora attivi dopo l’eruzione del Vesuvio e gli imperatori romani mostrarono particolare interesse per la rapina ripresa economica dell’Agro nocerino e delle produzioni pregiate di olio e di vino diffuse sulle zone collinari che, a partire dal II sec. d.C., si erano riempite di ville rustiche e strutture agricole per le produzioni specializzate. Una testimonianza delle antiche ville rustiche può essere rilevata negli attuali palazzi signorili presenti lungo il decumanus e cardines della pianta della città conferma la presenza etrusca nell’ager paganensis, questo tipo di orientamento infatti rientra nelle tecniche di costruzioni etrusche seguite poi dai Romani. Durante questa passeggiata, dopo palazzo S. Carlo, attuale casa comunale, incontriamo sulla destra, all’angolo del cardo identificato con la via già Lamia, il resto di un togato acefalo, di cui è evidente il morbido panneggio di marmo bianco, chiamato nella tradizione popolare Dea Lamia, per confusioni storiche successive. In realtà, si tratta di una statua romana, a conferma della presenza romana sul nostro territorio, di, età protoimperiale che era probabilmente il segnale di un cenotafio posto accanto al fusto di una colonna liscia portata fuori di recente per il restauro di una costruzione successiva ancora in situ.

Articolo a cura di Emma Tortora docente di materie letterarie

 

In giro per la città

Una “tammorra”gigante, sorretta da una mano, realizzata dall’artista Franco Baccaro, accoglie il turista  all’ingresso della porta principale della città e lo catapulta nello spirito sincretico della cittadina, dove ancora oggi a distanza di secoli si mischiano, in occasione della festività della Madonna delle Galline, sacro e profano. E’ da questo punto che si dipana il cosiddetto “percorso delle sei chiese” una visita guidata attraverso gli edifici sacri che si estendono per circa un chilometro e mezzo linearmente. La prima sosta è presso la chiesa del Carmine, pregevole testimonianza dell’architettura barocca. Una scorsa veloce e poi di nuovo in cammino per proseguire il nostro viaggio.

Passeggiando per circa dieci minuti si giunge così in piazza Bernardo d’Arezzo. Qui c’è solo l’imbarazzo della scelta. Sulla destra sorge maestoso Palazzo San Carlo, l’ex convento e chiesa dei padri Scolopi, attuale sede della casa comunale che non può passare inosservato. Ma, in un lato della stessa struttura sorge anche la chiesa dell’Addolorata che è aperta al culto, officia quotidianamente, ma non è parrocchia. Di fronte, lì dove la piazza si incrocia con via Striano, già si nota il Santuario della Madonna delle Galline. Non si può esitare. Bisogna entrare immediatamente. Per lasciare la chiesa, è preferibile scegliere l’uscita che dà su piazza d’Arezzo. Sono sufficienti sì e no dieci passi ed ecco che ci si trova già alla quarta chiesa del percorso, quella del corpo di Cristo che sorge nell’omonoma piazza. Recentemente ristrutturata, è una delle parrocchie più amate dai paganesi, grazie anche all’impegno profuso, da più di dieci anni a questa parte, dal parroco don Flaviano Calenda.

I fedeli l’affollano soprattutto nei giorni della novena dell’ Immacolata. Da secoli, migliaia di paganesi della fine di novembre all’8 dicembre si levano all’alba, intorno alle 5, per recarsi ad ascoltare prima il rosario e poi la messa mattutina. E’ un vero e proprio rito a cui vale la pena di assistere, al di là della propria fede religiosa. Il nome della chiesa è, inoltre, legato insieme a quello della chiesa dell’Addolorata alla processione del venerdì santo.

Di fronte alla chiesa madre, si erge lo splendido palazzo Gatto, ex casa municipale della città. La facciata conserva ancora una lapide in latino. Il palazzo è stato acquistato da un privato. Attualmente, è in fase di ristrutturazione.

A questo punto, è già passata qualche ora, ci si può concedere una sosta, la prima di un percorso caratterizzato da una serie di locali storici che, in un certo senso, hanno accompagnato Pagani nella sua evoluzione da paese di campagna a cittadina. Se non è martedì, e magari non avete fatto ancora colazione, potete fermarvi alla Pasticceria don Prisco, scegliete di gustare il babà più buono e morbido della città tanto da poter sfidare addirittura quello napoletano, oppure l’altrettanto storico gelato artigianale, preparato ancora secondo la ricetta tradizionale con pochi ingredienti e gusti selezionati (Caffè, cassata, cioccolato, crema, fragola, limone, nocciola, stracciatella, zuppa inglese). E’ opportuno a questo punto, fare una digressione. Il negozio ha due entrate: quella per la pasticceria e quella per la gelateria. Quest’ultimo però non è aperta tutto l’anno. Essa è infatti legata a filo stretto con i tempi della festività della Madonna delle Galline.

La porta della gelateria che, negli anni, è rimasta invariata, si riapre solo il venerdì dell’apertura del santuario. E’ impressionante assistere al numero di paganesi che, dopo aver portato il saluto alla Vergine del Carmelo, si accalca nel piccolo corridoio della gelateria. La porta si richiuderà il 29 settembre, giorno di San Michele data simbolica della fine dell’estate. Una volta rinfrescati e ritemprati, il turista è pronto per continuare il suo giro. Siamo ormai al corso Ettore Padovano. Continuiamo a camminare e troviamo il primo dei palazzi Tortora al civico 30, ancora oggi abitato dai discendenti della famiglia.

Se avete la possibilità e, anche in questo caso, non è martedì, fermatevi alla Pasticceria Aida, sul lato opposto della strada. Lì, la signora Raffaellina vi servirà con gentilezza e competenza. Chiedete un profiterole al cioccolato, una torta charlotte, una ricotta e pera meno tradizionale, ma molto più buona e delicata o ancora assaggiate una sfogliata calda o degustate la pasta di mandorle e la pasticceria mignon. Diventerete clienti affezionati!

Camminando per ancora due minuti, sulla sinistra si può ammirare la villa comunale, polmone verde della città. Proseguendo e rimanendo sulla sinistra, s’incontra la quinta chiesa quella di Santa Maria della Purità, al cui interno si venera la statua di Gesù Bambino di Praga, un’altra devozione del popolo paganese, portata in processione, ogni anno, nel mese di settembre in occasione della festa della Vergine Maria.

Se finora, nonostante il vostro percorso sia stato costellato da tante “bontà” avete deciso di non cedere ai peccati della gola, ricordate che ognuno di noi è anche ciò che mangia. Entrate almeno alla Pasticceria Tortora, dove assaggerete un buon gelato e le gigantesche Santa Rosa, un misto di sfoglia panna e ciliegia amarena per decorazione. Siete quasi giunti alla fine del percorso, manca  solo la sesta chiesa. Siamo arrivati in via Guglielmo Marconi e, all’uscita della pasticceria, non sapete più a cosa prestare attenzione. A fianco, potete ammirare il palazzo Criscuolo. Ancora a sinistra il palazzo Tortora. Infine, a destra il signorile palazzo Striano. Da qui già si intravede piazza S. Alfonso. Altri cinque minuti e si entra in Basilica. Dopo aver visitato la chiesa e se non sono ancora le 12:30, il turista si può recare in portineria, una porta d’ingresso successiva a quella per l’entrata in basilica e chiede di visitare il museo e la biblioteca alfonsiana, due tesori d’arte e di cultura. Giunti alla fine di questo giro, vale la pena di allungarsi su via San Domenico e di guardare, solo dall’esterno per ,una settima chiesa, quella intitolata appunto a San Domenico di Guzman. Dopo aver pranzato, può ricominciare il viaggio alla scoperta della città. Ci sono ancora molte ore di tempo. Rifate la strada a ritroso. Deviate un attimo per via Cesarano, subito, alla vostra destra troverete il bar San Michele, da tutti rinomato per l’ottimo gelato artigianale. Solo gusti tradizionali, preparati quotidianamente per servire un prodotto sempre fresco. Continuate il vostro percorso. Arrivati al quadrivio, dove si incrociano Corso Padovano con via Marconi, via Torre e via Astarita imbocchiamo quest’ultima strada e andiamo alla scoperta di uno dei primi nuclei abitativi della città. Al civico 57, si può ammirare di ciò che resta del palazzo Manganella.

Camminate finchè, alla fine della strada, sulla vostra destra, costeggerete le mura della chiesa della Madonna delle Grazie e finalmente entrate nell’ennesimo edificio religioso. All’uscita siete ormai in via Amendola, proseguite sulla destra e vi fermate al palazzo Smaldone-De Pascale, un tempo sede del pastificio.

 

Articolo di Nunzia Gargano